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Volontario... Ŕ bello?
Di Bilo (del 11/06/2008 @ 12:25:08, in Vita di comunitÓ, linkato 888 volte)

Nonostante i numerosi impegni, riesco a concedermi ancora delle buone letture. Così di recente ho trovato su di un libro la seguente affermazione:

“Quando si riflette su di un tema pastorale, ma più in generale su che cosa deve fare la chiesa, si va sovente incontro ad un “difetto ottico”. Ci si chiede: che cosa possiamo fare, quali nuove iniziative dobbiamo mettere in atto? Difficilmente ci si chiede se questo comporta un mutamento dell’immagine di chiesa, se mette in discussione i soggetti coinvolti” (da Brambilla, La parrocchia oggi e domani…)

Concordo con la seguente analisi perché mi sembra descrivere, in modo chiaro e conciso, la nostra stagione ecclesiale.

Quando giro per la parrocchia, durante le benedizioni pasquali oppure per un qualsiasi altro motivo, tante persone mi attestano la loro stima e la loro simpatia per la nostra comunità. Sono numerosi coloro che, in modi diversi col loro servizio, contribuiscono a farne una famiglia viva e vivace.

Allora che significato dare alla domanda posta dal nostro interlocutore? Se alziamo un poco il velo delle nostre parrocchie e cerchiamo di guardare appena in profondità, appare abbastanza evidente il “difetto ottico” di cui parla Brambilla. Senza andare a scomodare le analisi sociologiche oppure senza avventurarci in riflessioni esistenziali e culturali, mi sento di proporre due brevi considerazioni. Affermazioni che non sono la verità, ma che vogliono offrire materiale per un dibattito, o per alcune riflessioni personali.

La prima riguarda la quantità di tempo. Possiamo affermare che oggi il fattore tempo diventa decisivo in molte risoluzioni e scelte pastorali. Diventa decisivo anche nei confronti della famiglia e dalla famiglia verso la parrocchia. Le motivazioni sono legate alla struttura della vita oggi. Lavoro, figli, impegni a catena…La famiglia post-nucleare rischia di collassare perché manca il tempo per vivere relazioni significative. Così la parrocchia si trova a dover spesso “supplire” a ruoli che, per vocazione, spettano alla famiglia.

La seconda concerne la qualità del servizio. Quando parlo di qualità intendo parlare di competenze, di capacità, di formazione. Così accadeva nel recente passato che, di fronte alla richiesta di un parroco, le persone rispondessero generosamente “buttandosi” nel servizio richiesto. Qualche nozione di catechismo, una buona dose di pazienza e tanta buona volontà erano (sono) gli ingredienti necessari per fare un buon collaboratore del prete. Oggi non funziona più così! Penso sia giusto e doveroso cercare altre strade. Ma quali? Laici a tempo pieno?

Alla domanda è difficile dare una risposta precisa, un sì o un no. Guardando la vita delle nostre parrocchie ci accorgiamo che esistono diverse esperienze. Nessuna di esse contempla il ruolo a tempo pieno, perchè la vita di una persona (per di più sposata) non potrà mai essere a “tempo pieno”, escludendo la famiglia.

A mio avviso il cuore del problema resta sempre l’amore alla Chiesa, la condivisione degli obiettivi di fondo, la scelta dell’unità rispetto a quella del particolare e dell’individuale (il mio gruppo; la mia gente). Potremo formare, sostenere, specializzare, ma tutto questo sarà inutile senza una profonda spiritualità della comunione. Le nostre parrocchie funzioneranno anche meglio, dal punto di vista organizzativo. Però esse vivono soprattutto di relazioni significative; e queste vanno costruite, non date per scontate.

Perciò il nostro difetto ottico potrà essere curato rimettendo al centro della vita, la persona; sia essa operatore pastorale, sia essa il “cristiano della domenica” o delle grandi occasioni.