Testimonianza di Ugo Moncada
Di Bilo (del 05/11/2009 @ 22:08:10, in Volti della comunitÓ, linkato 1569 volte)

Poco dopo la richiesta di scrivere questo articolo per la lettera della parrocchia, mi sono trovato nella cappella del seminario a pregare guardando il nuovo mosaico che riproduce il crocifisso della Basilica di san Clemente a Roma.
La croce, trono di gloria, che sostiene Gesù, è decorata con dodici colombe bianche, simbolo degli Apostoli.
Una caratteristica di questo crocefisso è che, pur essendo rappresentato come patiens, con la testa reclinata di chi ha già esalato l’ultimo respiro, esso è tutt'altro sofferente. Il volto di Gesù, infatti, guardandolo da vicino, appare sereno, quasi sorridente. Esso ci dice già: “Io sono la resurrezione e la vita”.
Ai lati della croce sono rappresentati Maria e Giovanni, incorniciati da due rami della grande pianta d’acanto alla base della croce, che li racchiudono come in un utero: classica rappresentazione dell’iconografia proto-cristiana, essa rappresenta la nascita della Chiesa da questo ventre materno fecondato dalla croce e dal sangue che sgorga dal costato ferito di Cristo e dall’effusione del suo sangue.
È davvero un immagine magnifica e mi faceva pensare a come la mia vita sia cambiata dopo aver conosciuto quanto grande è l’amore di Dio per ogni suo figlio, e da quale immenso dono d’amore sia nata la Chiesa! Sono molto contento, quindi di potervi raccontare come abbia scelto di servire questa nostra chiesa diocesana e di come lei abbia scelto me per prepararmi a servirla.

Rievocando i tratti salienti della mia storia devo risalire all’anno 1995.
Fu un anno fondamentale della mia vita la cui esperienza determinante fu la conoscenza di Alberto Marvelli attraverso il suo diario.
Il suo fervore per l’Eucarestia e il suo impegno nel servizio alla Chiesa segnarono un profondo solco sulla mia strada che decisi di seguire con tutto l’impegno di cui potevo disporre, allora sedicenne.
Momento decisivo fu il campo-scuola diocesano dell’A.C. alla quale ancora non appartenevo. Lì trassi le fila di un periodo di riflessioni piuttosto travagliate. Lì scelsi di abbracciare la fede in Gesù Cristo, durante una veglia notturna e di lì a poco chiesi il battesimo che non avevo ricevuto da piccolo, essendo i miei genitori non credenti.
Fui battezzato l’anno successivo.

Pensando a questi anni penso di poter individuare tre riferimenti fondamentali della mia esperienza di fede, più o meno consapevoli nel passare nel tempo, ma nettamente visibili ad una rilettura della mia storia.
Eucaristia, Comunità, Parola, disposti in ordine, per così dire, cronologico, relativamente all’esperienza che ne feci.
Eucaristia: l’incontro con Cristo nel sacramento dell’Eucarestia è stato ambito di una ripetuta chiamata di Dio alla conversione, la prima volta, a ben pensarci, ancora bambino, poi, determinante, a messa nella nostra parrocchia, nell’ordinarietà di un cammino intrapreso, in modo del tutto inconsapevole, grazie alla musica.
Comunità: esperienza che negli anni si è arricchita di nuovi significati. Prima un fondamentale, preziosissimo gruppo di amici, con quale cominciai a condividere in parrocchia un cammino di fede, legato, in parte, all’A.C. parrocchiale. Questi stessi amici mi hanno accompagnato nel cammino di preparazione al battesimo e hanno continuato a condividere esperienze di fede molto belle fino al mio ingresso in Seminario. In A.C. ho anche avuto un confronto con gli adulti dell’associazione molto proficuo e sono stato portato, sul loro esempio, a spendermi in una comunità che sentivo appartenermi e alla quale sentivo di appartenere.
La musica, in particolare, che ancora mi accompagna, divenne lo strumento privilegiato per entrare nelle situazioni più disparate e via di conoscenza di tanti ambiti della pastorale e della liturgia.
Poi una comunità diocesana, scoperta sempre grazie all’A.C. e, in seguito, l’intuizione di una Chiesa universale, approfondita dalle esperienze fatte in seminario.
Parola: oggi potrei ritenerla fondamento sicuro, segno di una maggiore maturità raggiunta, di una fede non più in balia di turbolenze e facili emotività giovanili.

I dieci anni di vita in Cristo che separano il mio battesimo dal mio ingresso in seminario sono stati accompagnati da preti e laici che sono stati vere guide: da don Osvaldo Caldari a don Guido Benzi e ai preti che si sono succeduti a san Raffaele, da Stefano e Monica, miei padrini, a Giuliana e tutti gli amici che più avanti di me nel cammino di fede mi hanno aiutato a capire e ad amare quella che per me era un’assoluta novità.
In questo tempo l’idea che con più forza si è impressa in me è che il momento più forte della mia conversione, che posso identificare con il battesimo, ha posto in me un seme che, nonostante le diverse esperienze fatte e i momenti di resistenza, è sempre cresciuto in un’unica direzione che oggi posso riconoscere come una vocazione al sacerdozio ministeriale. Già da neofita la lettura dei Vangeli suscitava in me l’idea che solo con una vita celibataria io avrei potuto realizzare pienamente la mia vita e aderire pienamente a Cristo. Oggi non potrei pensare di vivere una sequela di Cristo in modo diverso da questo, in un cammino di perfezione cristiana che non abbia come meta il diventare prete. Questa è la mia speranza.

Questi tre anni vissuti in seminario sono stati, probabilmente, fra i più belli della mia vita.
In particolare penso a quanto sia bello poter cantare con la mia vita le parole del salmo: “Come è bello, Signore, che i fratelli stiano insieme.” E’ veramente un profumo che riempie e da gioia all’anima aver avuto la grazia di poter vivere insieme ai miei nuovi fratelli che, come me, si stanno preparando a divenire futuri preti. La preghiera insieme, tanta, a volte difficile, la celebrazione quotidiana dell’Eucarestia, i momenti confronto, lo studio, i pasti e perfino il tempo libero: tutto è vissuto insieme per realizzare il comandamento nuovo dell’amore, il vivere in unità, di più, essere uno.
Il desiderio più volte respinto in passato, di poter spendere la mia vita come prete nella nostra chiesa diocesana è stato alimentato in questi anni di seminario dal servizio in parrocchia, nella comunità di san Michele Arcangelo a Morciano. I momenti che ricordo più intensi sono proprio quelli a contatto con i ragazzi, quando ho avuto la possibilità di raccontare loro la gioia del mio incontro con Gesù o di spiegare loro qualcosa di ciò che posso aver capito di questo nostro Dio-Amore.

Lo scorso 20 settembre, nella chiesa di san Fortunato, io e Gino, un altro seminarista, siamo stati ammessi tra i Candidati agli Ordini del Diaconato e Presbiterato. Devo ammettere che sono arrivato a questo momento preparato si, ma anche al termine di un anno che è stato certamente il più difficile, per le dinamiche spirituali che ho affrontato. Mai come in questi mesi ho sperimentato le mie povertà e l’insufficienza delle mie risorse umane e mai avevo sentito così forte la tentazione di tirarmi indietro.
Ma so anche che proprio in questa debolezza nasce quella speranza resa certa dalla grazia di Dio che colma ogni nostra mancanza e che non mi fa dubitare che, se non io, Lui certamente rimane fedele alle sue promesse.
Scrivevo al Vescovo per questa occasione: “Proprio così arrivo alla candidatura: consapevole della mia umana impossibilità di essere perfettamente fedele alla “vocazione ricevuta” e implorando la grazia che Dio, fedele per sempre, custodisca il mio cuore nella sua fedeltà, continuamente convertito dal suo amore.
In questa fedeltà scopro i doni di Dio che ho ricevuto e che sento di dover impiegare al servizio della Chiesa, sperando siano ben accetti e che in essa porteranno frutto secondo la sua volontà”.

Questo passo segna la fine del periodo cosiddetto di discernimento vocazionale e l’inizio del vero e proprio periodo di formazione.
È stato per me un giorno molto importante, pieno di grazie che il Signore ha elargito: prima fra tutte, la presenza, a questo momento, di tanti amici e ancor più della mia famiglia.

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